Difficile iniziare questo post. Forse perché lei è l'artista italiana per antonomasia, rigida, dura, spigolosa, la donna che dopo anni di teatro si approccia al cinema per prima volta e lo fa, non a caso, proprio per autocelebrare la sua forza fisica, intellettuale ed emotiva.
Sceglie di farlo partendo da ciò che sa fare meglio, ovvero utilizzare un pretesto che crei la scenografia perfetta e che rimanga tale per l'80% della durata del film. La drammaticità della storia viene raccontata senza particolari intrecci, ma è affidata puristicamente in toto alle azioni, a quei dramata classici che si concretizzano in pochi gesti significativi, come urinare senza riserve davanti allo spettatore o lavare un pane secco nella fontana di un cimitero della Sicilia più provinciale.
Eccola la Sicilia atavica, quella delle contrade interne, dei cimiteri arsi dal sole, delle vie in cui i numeri delle case si moltiplicano in base alle preferenze dei suoi abitanti.
Tutto ciò che vogliamo sapere a proposito dei protagonisti ci viene raccontato dagli altri personaggi, attraverso un siciliano oscuro ai più, con un richiamo a Verga così evidentemente dichiarato da essere totalmente innocuo.
Per un volta non citerò Aristotele, per un pudore reverenziale verso la scelta, anche in questo caso totalmente dichiarata, di applicare le regole del teatro a quelle del cinema, mi limiterò solo a ricordare il piacere profondo che scaturisce dalla commistione degli stili, dal comico al tragico, in un crescendo narrativo che smorza a tratti la tensione in un climax singhiozzato.
La genialità sta in una non storia che racconta la forza del genere femminile partendo dalla sua capacità di essere capa tosta, dura, orientata a un obiettivo che le appartiene fin dalle viscere. La forza di sopravvivere a un dolore lacerante, sia essa provocato dalla perdita di una figlia o dalla rottura del rapporto con una madre che ci respinge, viene raccontata solo attraverso sottrazioni, inquadrature in cui lo spettatore rimane "fuori" e "spia da dietro" senza controcampi e primi piani. Quando però allo spettatore viene dato il potere della vista, nelle inquadrature notturne dal fondo della via, dove solo i gatti e cani randagi hanno l'onore di vedere, e nella scena finale, si scorge tutta la tragicità della storia: via Castellana Bandiera non sembra minimamente l'angusta viuzza motivo del contendere, ma una strada immensa, in cui nessuno scontro possa aver senso.
Il finale diventa così il trionfo della teatralità, del raccontare attraverso gli occhi dei personaggi, senza ostentare alcuna scena pornograficamente esplicita, ma raccontando il piacere malato e morboso di guardare la morte per poterla raccontare a chi non ha visto e spostando lo sguardo per rivelare la metafora della soggettività di una guerra totalmente emotiva, ma dall'effetto comunque devastante.
Via Castellana Bandiera 5, di Emma Dante - Note Cinematografiche
Cast
Elena Cotta (Samira), vincitrice a Venezia della Coppa Volpi
Alba Rohrwacher (Clara)
Emma Dante (Rosa)
Trailer
https://www.youtube.com/watch?v=43Z7jUFb3ks
Sceglie di farlo partendo da ciò che sa fare meglio, ovvero utilizzare un pretesto che crei la scenografia perfetta e che rimanga tale per l'80% della durata del film. La drammaticità della storia viene raccontata senza particolari intrecci, ma è affidata puristicamente in toto alle azioni, a quei dramata classici che si concretizzano in pochi gesti significativi, come urinare senza riserve davanti allo spettatore o lavare un pane secco nella fontana di un cimitero della Sicilia più provinciale.
Eccola la Sicilia atavica, quella delle contrade interne, dei cimiteri arsi dal sole, delle vie in cui i numeri delle case si moltiplicano in base alle preferenze dei suoi abitanti.
Tutto ciò che vogliamo sapere a proposito dei protagonisti ci viene raccontato dagli altri personaggi, attraverso un siciliano oscuro ai più, con un richiamo a Verga così evidentemente dichiarato da essere totalmente innocuo.
Per un volta non citerò Aristotele, per un pudore reverenziale verso la scelta, anche in questo caso totalmente dichiarata, di applicare le regole del teatro a quelle del cinema, mi limiterò solo a ricordare il piacere profondo che scaturisce dalla commistione degli stili, dal comico al tragico, in un crescendo narrativo che smorza a tratti la tensione in un climax singhiozzato.
La genialità sta in una non storia che racconta la forza del genere femminile partendo dalla sua capacità di essere capa tosta, dura, orientata a un obiettivo che le appartiene fin dalle viscere. La forza di sopravvivere a un dolore lacerante, sia essa provocato dalla perdita di una figlia o dalla rottura del rapporto con una madre che ci respinge, viene raccontata solo attraverso sottrazioni, inquadrature in cui lo spettatore rimane "fuori" e "spia da dietro" senza controcampi e primi piani. Quando però allo spettatore viene dato il potere della vista, nelle inquadrature notturne dal fondo della via, dove solo i gatti e cani randagi hanno l'onore di vedere, e nella scena finale, si scorge tutta la tragicità della storia: via Castellana Bandiera non sembra minimamente l'angusta viuzza motivo del contendere, ma una strada immensa, in cui nessuno scontro possa aver senso.
Il finale diventa così il trionfo della teatralità, del raccontare attraverso gli occhi dei personaggi, senza ostentare alcuna scena pornograficamente esplicita, ma raccontando il piacere malato e morboso di guardare la morte per poterla raccontare a chi non ha visto e spostando lo sguardo per rivelare la metafora della soggettività di una guerra totalmente emotiva, ma dall'effetto comunque devastante.
Via Castellana Bandiera 5, di Emma Dante - Note Cinematografiche
Cast
Elena Cotta (Samira), vincitrice a Venezia della Coppa Volpi
Alba Rohrwacher (Clara)
Emma Dante (Rosa)
Trailer
https://www.youtube.com/watch?v=43Z7jUFb3ks


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