Beppe (non grillo), una genovese e la lotta alla mafia nel post ventennio

E' la nostra terza tappa siciliana. Ci arriviamo una sera di agosto dopo la tratta Palermo-San Vito lo Capo-Valderice.
Saliamo per strade tortuose, con un navigatore sempre più in tilt e una meta facilmenete monitorabile: costante è una nebbia algida in cima alla montagna, che stride con le luci fumanti che salgono dai vicoli. Siamo a Erice, nel cuore del trapanese. Arriviamo a destinazione e ci addentriamo subito tra le strade di questa cittadina medievale, con strettoie e pareti bianche. Ceniamo in un ristorante genuinamente retro, serviti da un buffo cameriere russo che corteggia giovani donne del luogo civettando dal balcone della sala da pranzo. Tutto il contesto ci sembra surreale al punto da spingerci ad affrontare quella che la nostra Lonely Planet definisce la più famosa pasticceria della Sicilia. Quaranta persone in coda per un dolce alla ricotta. Troppo anche per noi, desistiamo e decidiamo di proseguire.

Quando una giovane coppia di ex aspiranti giornalisti che hanno abbandonato l'idea dei reportage di guerra e delle inchieste antimafia per cedere rispettivamente alle lusinghe della televisione e delle multinazionali si imbattono in una sede di Terra Libera non possono che ascoltare quella voce nascosta nei meandri del loro id ed entrare, per fare domande e capire se quello che credono di aver capito su mafia e antimafia sia proprio vero.

Ci accoglie un uomo sulla quarantina che ci colpisce per calma, solarità e fierezza per una pancia indice di attaccamento alle meraviglie della sua Terra. Ci chiede se conosciamo l'Associazione. Ovvio, noi ex aspiranti giornalisti non possiamo non sapere, ma la verita' e' che sappiamo ben poco.

Scopro per esempio che la prima citta' per beni confiscati alla mafia e' Milano, seguita da Roma. Palermo puo' godere "solo" del terzo posto. Come e' possibile se la mafia e' "cosa del sud"? Ma qui sono retorica. Punto due. Altro dato di fatto e' come la mafia tragga linfa vitale dai propri simboli e viva della distruzione di simboli che non gli appartengano, per esempio bruciando più di 2.000 piante di agrumi e 100 ulivi della cooperativa Beppe Montana Libera Terra nel catanese. Poi mi raccontano di come i suoi protagonisti non siano piu' i contadini sanguinari e ignoranti degli anni Ottanta, quegli stessi a cui ci hanno abituato le care e amate fiction in cui  colpevole e' sempre il bifolco ignorante. A Palermo sono i medici famosi, gli architetti e i colti uomini dell'alta borghesia a tirare le redini, ad alzare il telefono per decidere chi debba vivere e chi no.

E poi la sensazione che qualcosa si sia fermato, a circa ventanni fa.
Nella piazza della memoria di Palermo, dove tutto sembra glacialmente fermo, dove i nomi di Chinnici, Morvillo, Falcone e Borsellino sulle scalinate convivono con l'indifferenza di chi calcia un pallone o si abbandona all'apatia, il mito assomiglia a qualcosa che forse e' accaduto, ma appartiene al passato, a un cimelio da tirar fuori nelle cerimonie pompose, come le statue della Madonna nella processione importante. I corridoi esterni del tribunale, deserti e angusti, fanno pensare piu' a una prigione, come se la giustizia fosse sempre prigioniera di se stessa.

A Erice pero' di colpo vedo la speranza del post ventennio. Si chiama Beppe (e lo so solo perche' ho sentito chiamare dal ragazzo quarantenne che ci ha accolto) e non ha piu' di 16 anni. Non mi conosce, sa solo che mi sto interessando a quello che fa l'associazione per cui e' volontario. Mi chiede se voglio una genovese, dolce tipico di Erice, e corre a prenderlo, proprio in quella che secondo la Lonely Planet e' la migliore pasticceria della Sicilia. Tornerà  solo dopo i 40 minuti di attesa. Sto per digli "mi spiace che tu abbia dovuto fare un'ora di coda" ma lui mi anticipa: "Scusa se vi ho fatto aspettare, ma c'era un sacco di gente". Quaranta minuti di coda tra gli sguardi infastiditi di alcuni abitanti della zona e lui chiede scusa a me.
Forse ai suoi concittatidini non e' piaciuta la maglietta che indossa. Eppure il 19 luglio la frase che ha stampata compare magicamente sull'80% delle pagine Facebook di tutta Italia, anche di quelli che dicono che comunque la mafia e' cosa del sud e che la crisi in fondo e' tutta "colpa dei magistrati". Inutile dire cosa ci fosse scritto. Sulla paura nulla da aggiungere, ma il coraggio, quello della frase, quello di chi con la mafia lotta davvero ogni giorno, io oggi lo chiamero' Beppe.







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