Un respiro profondo e poi via, di corsa. Chiudere gli occhi
e correre, correre, scavalcare il fiume, dopo la pineta e bagnarsi le caviglie.
Sentire l’acqua salata salire fin sopra le ginocchia e poi cadere in acqua. E
ridere, ridere, ridere fino a star male.
Il profumo del sole, sentirlo fin nelle viscere. Espellerlo
dal naso e poi ancora dentro, dalla bocca, fin giù nello stomaco.
Felicità.
Eccola la felicità. E’ solo un disegno. Meglio dire uno
schizzo. Solo delle linee APPENA accennate.
Ma è questa la felicità.
Poi riprendere la bici, salire fino al lungomare,
percorrerlo tutto, per poi rientrare lungo il corso, tra il rosso delle case,
tutte mattoni e finestre cigolanti, logorate pigramente dal sale
dell’Adriatico.
Poi il suono di una nave, il lavoro che attracca in quel
porto reso famoso dal suo colle solitario.
Tutto sembra tacere. Le voci per le strade
La luce. Ma è fredda. Glaciale. Quasi quanto quel tavolo in
marmo. No, non è un tavolo in marmo, ma un letto. E’ freddo e gelido.
Felicità.
No, non è marmo.
Ma felicità sorride, perché pensa al fiume, al mare, alle
biciclette appese in garage. Pensa a Valentina, alla sua piccola.
Pensa all’amore che ha inseguito,. Trasformare le paure in
desideri. Ce l’ha fatta.
Ma il letto è gelido. La sua pelle pallida arrossisce di
colpo, il suo volto è rosso di vergogna. Vorrebbe piangere, ma non ce la fa.
Non si può muovere. E’ freddo e bagnato.
Un infermiere le asciuga una guancia.
“E’ solo una lacrima. Felicità. Non piangere”.
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