La ragazza numero 3


Un respiro profondo e poi via, di corsa. Chiudere gli occhi e correre, correre, scavalcare il fiume, dopo la pineta e bagnarsi le caviglie. Sentire l’acqua salata salire fin sopra le ginocchia e poi cadere in acqua. E ridere, ridere, ridere fino a star male.
Il profumo del sole, sentirlo fin nelle viscere. Espellerlo dal naso e poi ancora dentro, dalla bocca, fin giù nello stomaco.

Felicità.

Eccola la felicità. E’ solo un disegno. Meglio dire uno schizzo. Solo delle linee APPENA accennate.
Ma è questa la felicità.
Poi riprendere la bici, salire fino al lungomare, percorrerlo tutto, per poi rientrare lungo il corso, tra il rosso delle case, tutte mattoni e finestre cigolanti, logorate pigramente dal sale dell’Adriatico.
Poi il suono di una nave, il lavoro che attracca in quel porto reso famoso dal suo colle solitario.
Tutto sembra tacere. Le voci per le strade

La luce. Ma è fredda. Glaciale. Quasi quanto quel tavolo in marmo. No, non è un tavolo in marmo, ma un letto. E’ freddo e gelido.

Felicità.
No, non è marmo.

Ma felicità sorride, perché pensa al fiume, al mare, alle biciclette appese in garage. Pensa a Valentina, alla sua piccola.
Pensa all’amore che ha inseguito,. Trasformare le paure in desideri. Ce l’ha fatta.

Ma il letto è gelido. La sua pelle pallida arrossisce di colpo, il suo volto è rosso di vergogna. Vorrebbe piangere, ma non ce la fa. Non si può muovere. E’ freddo e bagnato.
Un infermiere le asciuga una guancia.
“E’ solo una lacrima. Felicità. Non piangere”.

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